Quando entro in una libreria ci rimango per almeno un’ora e spesse volte non mi accorgo dell’ora che si è fatta e scappo fuori non prima però di aver comprato qualcosa di interessante. Entrare in una libreria per me è come spingere il pulsante “pausa” nel caos della vita quotidiana. È varcare la soglia di una macchina del tempo personale, un luogo dal profumo inconfondibile di carta, colla e inchiostro fresco dove i minuti scivolano via senza fare rumore e le preoccupazioni della giornata rimangono rigorosamente ad aspettare fuori, sul marciapiede.
Passeggiare tra i corridoi di colossi come la Feltrinelli o la Mondadori, ma anche perdersi tra gli scaffali stretti e polverosi delle piccole librerie indipendenti di quartiere, è un’esperienza sensoriale completa. C’è una calma particolare in questi luoghi, un silenzio soffuso e quasi reverenziale che non incute timore, ma protegge. È un’atmosfera intervallata solo dal fruscio delicato delle pagine sfogliate da qualcun altro due scaffali più in là, dal suono metallico delle casse in sottofondo e dai passi lenti di chi, esattamente come me, sta vagabondando senza una meta precisa.
Osservare gli altri lettori è un piccolo spettacolo nello spettacolo. Ognuno ha la sua tecnica di esplorazione: c’è chi va dritto come un treno verso il reparto dei saggi o dei gialli con le idee chiarissime; c’è chi si tuffa a capofitto tra i classici per ritrovare vecchi amici di scuola; e poi ci sono quelli della mia categoria, gli esploratori emotivi, che si lasciano guidare dai colori delle copertine, dai caratteri dei titoli o semplicemente dall’ispirazione del momento.
Alla fine, un libro non è mai un semplice insieme di fogli stampati e rilegati. È un passaporto gratuito, una porta spalancata sulla mente di uno sconosciuto, un viaggio in prima classe per posti in cui non metteremo mai piede o una chiacchierata intima con qualcuno che è vissuto due secoli fa. Leggere ci regala il vero superpotere di vivere mille vite diverse: ci permette di ridere a crepapelle nei momenti meno opportuni, di commuoverci in silenzio sul treno o di esplorare galassie lontane senza nemmeno dover scendere dal letto.
La parte più spassosa, però, rimane la dinamica dell’acquisto e la costante menzogna che raccontiamo a noi stessi prima di varcare la porta d’ingresso. Io entro sempre ripetendo un mantra ben preciso: “Oggi guardo e basta, ho già una pila di cinque libri intonsi che mi fissano minacciosi dal comodino”.
Poi, puntualmente, il piano fallisce. Comincia il rituale: incontri un titolo che sembra parlare proprio di te, prendi il volume in mano, leggi la quarta di copertina, sfogli le prime tre righe giusto per “assaggiare” l’atmosfera e… boom, sei catturato. Lo stringi sotto il braccio come fosse un tesoro pirata appena dissotterrato. A quel punto pensi che sia finita lì, ma mentre ti avvii verso l’uscita ne vedi un altro che ti strizza letteralmente l’occhio dal tavolo delle novità o delle offerte. E così, prima ancora di rendertene conto, ti ritrovi davanti alla cassa con la tua bella busta di carta profumata in mano, il portafoglio un po’ più leggero e un sorriso da orecchio a orecchio.
Riscoprire il valore e la bellezza di entrare in una libreria significa soprattutto riappropriarsi del proprio tempo. In un mondo che ci spinge a correre continuamente e a consumare tutto con un semplice “click” su uno schermo freddo, la libreria ci chiede solo di rallentare, di toccare con mano, di sfogliare e di regalarci un momento di pura curiosità. Non importa quanti messaggi, notifiche o impegni ci attendano una volta varcata la porta di uscita: toccare le pagine, odorare la carta e portarsi a casa un pezzetto di storia è una delle felicità più semplici, genuine e meravigliose che possiamo regalarci ogni singolo giorno.

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