C’era una volta.
Probabilmente non esistono tre parole più innocenti di queste.
Le sentivamo e sapevamo immediatamente cosa sarebbe successo: un bosco, una principessa, qualche animale parlante, una strega con seri problemi relazionali e, possibilmente, un lieto fine.
Poi siamo cresciuti. E abbiamo scoperto una cosa piuttosto curiosa.
Quelle storie che consideravamo semplici racconti per bambini erano piene di morti, abbandoni, trasformazioni, foreste oscure, mele avvelenate, specchi, numeri ricorrenti, animali misteriosi, case proibite, prove iniziatiche e personaggi che sembrano continuamente attraversare il confine tra un mondo e un altro.
Altro che Peppa Pig.
Naturalmente questo non significa che Charles Perrault, i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm o Carlo Collodi appartenessero necessariamente a qualche confraternita segreta riunita a mezzanotte sotto una quercia..
Significa qualcosa di molto più interessante.
Le fiabe hanno conservato, spesso attraverso secoli di tradizione orale, alcuni dei simboli più antichi utilizzati dall’uomo per raccontare ciò che non riusciva completamente a spiegare: la paura, la crescita, la morte, il desiderio, il male, la trasformazione e soprattutto l’ignoto.
Ed è proprio qui che comincia il nostro viaggio.
Prima delle fiabe c’erano le storie
Per comprendere davvero Hansel e Gretel, Biancaneve o Cenerentola bisogna dimenticare per qualche minuto i cartoni animati.
Le versioni che conosciamo oggi sono il risultato di una lunga trasformazione.
Charles Perrault pubblicò nel 1697 una raccolta che comprendeva racconti destinati a diventare immortali, come Cenerentola, Cappuccetto Rosso e La bella addormentata nel bosco.
Più di un secolo dopo, Jacob e Wilhelm Grimm iniziarono a raccogliere e rielaborare racconti provenienti dalla tradizione germanica ed europea.
Carlo Collodi fece qualcosa di diverso. Pinocchio non proveniva direttamente da una fiaba popolare tramandata per generazioni: nacque dalla penna di Carlo Lorenzini, questo il vero nome dello scrittore, e cominciò ad apparire nel 1881 a puntate nel Giornale per i bambini. Eppure Pinocchio sembra appartenere alla stessa famiglia simbolica.
Perché? Perché utilizza immagini antichissime: La morte e la rinascita, la trasformazione, il viaggio, la discesa nell’oscurità, la tentazione, la perdita nella strada.
A questo punto qualcuno potrebbe già pensare:
«Va bene, ma non staremo vedendo misteri dove esistono soltanto racconti?»
Domanda legittima.
Il problema è che certi simboli tornano con una frequenza sorprendente.
Il bosco non è mai soltanto un bosco
Pensiamo alle fiabe che ricordiamo. Cappuccetto Rosso entra nel bosco. Hansel e Gretel vengono abbandonati nel bosco. Innumerevoli principi, cavalieri e bambini perduti devono attraversare una foresta prima di arrivare da qualche parte. Gli autori europei avevano forse qualcosa contro gli alberi?
Probabilmente no.
Il bosco rappresenta perfettamente una delle immagini fondamentali della fiaba: l’ingresso nell’ignoto. Finché il protagonista rimane nella propria casa, il mondo è conosciuto. Gli animali parlano. Le vecchie signore potrebbero essere le streghe. Le case potrebbero essere trappole. E improvvisamente il protagonista deve cavarsela da solo. Il bosco diventa così uno spazio psicologico prima ancora che geografico. Entrarvi significa abbandonare ciò che conosciamo. Ed è curioso che proprio lì cominci quasi sempre la trasformazione.
Hansel e Gretel. Perdersi per ritrovarsi
La storia raccolta dai fratelli Grimm è molto più inquietante di quanto ricordiamo.
Due bambini vengono abbandonati. Entrano nella foresta. Perdono la strada. Trovano una casa apparentemente meravigliosa. Scoprono che ciò che sembrava offrire sicurezza nasconde invece la morte. Infine riescono a distruggere la minaccia e tornano trasformati dall’esperienza. Se togliamo per un momento biscotti, zucchero e streghe, rimane una struttura quasi perfetta. Separazione, smarrimento, tentazione, prigionia. È uno schema che ricorda da vicino quello che molto più tardi gli studiosi avrebbero definito un percorso iniziatico.
Hansel e Gretel entrano nel bosco come bambini dipendenti dagli adulti. Ne escono dopo aver sconfitto da soli ciò che gli adulti non erano stati capaci di affrontare. E c’è un particolare affascinante. La casa della strega offre esattamente ciò che ai bambini manca: il cibo. La salvezza sembra presentarsi nella forma del loro desiderio più urgente. Ma è una trappola. Una lezione piuttosto sofisticata per una storia destinata ai bambini: non tutto ciò che soddisfa immediatamente un desiderio conduce alla salvezza. Instagram sarebbe arrivato qualche secolo dopo.
Biancaneve e lo specchio
Poi abbiamo Biancaneve. Qui il simbolismo diventa quasi sfacciato. Una regina possiede uno specchio capace di conoscere la verità. Una ragazza attraversa il bosco. Trova sette nani. Riceve una mela avvelenata. Cade in uno stato simile alla morte. Viene posta in una bara trasparente. Infine ritorna alla vita.
Potremmo liquidare tutto dicendo che è soltanto una storia. Naturalmente possiamo. Ma rimane uno strano concentrato di immagini simboliche. Cominciamo dallo specchio. Lo specchio possiede una caratteristica particolare: mostra ciò che abbiamo davanti, ma allo stesso tempo ci costringe a guardare noi stessi. Nella tradizione simbolica europea è stato associato alla verità, alla conoscenza, all’identità e talvolta alla vanità. Ed è esattamente ciò che accade alla regina. Lo specchio non crea il suo male. Lo rivela. Il problema non è ciò che vede nello specchio. È ciò che non riesce ad accettare di se stessa.
Poi arriva il numero sette. Sette nani. E il sette, casualmente o meno, è uno dei numeri simbolicamente più persistenti della cultura occidentale e vicino-orientale. Sette giorni della creazione. Sette giorni della settimana. Sette pianeti dell’astronomia antica tradizionale. Sette virtù. Sette peccati capitali. Sette note nella scala diatonica. Non significa che Walt Disney abbia nascosto un manuale di numerologia nel film. Significa semplicemente che alcuni numeri possiedono una forza culturale accumulata attraverso secoli di utilizzo. E quando entrano nelle storie portano con sé quella forza.
E la mela?
La mela di Biancaneve merita una piccola indagine. Perché nella versione dei Grimm proprio un frutto apparentemente innocente diventa lo strumento della morte. Nella cultura occidentale la mela è diventata profondamente associata alla tentazione e alla conoscenza proibita. Curiosamente, però, nella Genesi il frutto dell’albero della conoscenza non viene identificato come una mela. La tradizione occidentale ha costruito quell’immagine successivamente. Eppure eccola nuovamente comparire. Bella. Desiderabile. Perfetta. E letale. È uno dei meccanismi fondamentali della fiaba: ciò che appare rassicurante può nascondere qualcosa di completamente diverso.
Cenerentola e la trasformazione
Cenerentola sembra più semplice. Una ragazza perseguitata. Una fata. Una trasformazione. Un ballo. Una scarpetta. Un principe. Fine. E invece anche qui troviamo una struttura antichissima. Cenerentola vive letteralmente vicino alla cenere. La cenere è ciò che rimane dopo che qualcosa è stato consumato dal fuoco. È residuo. Fine. Morte simbolica. Ma proprio dalla cenere emerge una nuova identità. La ragazza invisibile diventa improvvisamente visibile. L’essere considerato insignificante assume una forma completamente diversa.
E c’è persino un limite temporale. Mezzanotte. Non le undici e quarantasette. Non mezzanotte e venti. Mezzanotte. Il momento esatto nel quale un giorno muore e ne comincia un altro. Un confine. Una soglia. Cenerentola può attraversarla soltanto temporaneamente. Finché non sarà pronta a trasformare quell’esperienza in qualcosa di permanente. La scarpetta, infine, identifica una sola persona. Non basta desiderare di essere Cenerentola. Bisogna essere colei alla quale quella scarpa appartiene. Quasi una firma dell’identità. Un’impronta digitale decisamente più elegante.
Pinocchio è ancora più strano
E arriviamo al nostro burattino. Collodi costruisce una storia che, osservata simbolicamente, è sorprendentemente complessa. Pinocchio nasce come pezzo di legno. Non è ancora un bambino. Deve diventarlo. Ed ecco la differenza fondamentale. La sua trasformazione non avviene attraverso un incantesimo immediato. Avviene attraverso l’esperienza.
Pinocchio deve sbagliare. Deve essere ingannato. Deve mentire. Deve conoscere il desiderio. Deve incontrare falsi maestri. Deve subire conseguenze. Deve persino attraversare qualcosa che assomiglia alla morte. Solo dopo può diventare umano. In termini simbolici, Pinocchio nasce incompleto. Possiede movimento, parola e volontà, ma non ancora piena consapevolezza. E il suo viaggio consiste proprio nell’acquisirla.
La balena che balena non era
Una delle immagini più potenti della storia arriva quando Pinocchio viene inghiottito dal gigantesco Pesce-cane — trasformato spesso in balena nelle versioni successive. Entrare nel ventre di una creatura marina è un’immagine antichissima. Impossibile non pensare al racconto biblico di Giona. Ma simbolicamente c’è qualcosa di ancora più universale. Il protagonista scompare dal mondo. Entra nell’oscurità. Rimane sospeso in uno spazio chiuso. Poi ritorna. È una morte temporanea seguita da una rinascita.
Lo stesso schema compare in miti appartenenti a culture molto diverse. L’eroe, prima di diventare qualcosa di nuovo, deve spesso perdere ciò che era. Pinocchio entra nel ventre della creatura ancora burattino. Il viaggio verso l’umanità passa attraverso l’oscurità. Una fiaba per bambini? Certamente. Ma Collodi non trattava i bambini come creature incapaci di comprendere concetti complessi. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso.
Cappuccetto Rosso e il confine
Charles Perrault racconta una Cappuccetto Rosso decisamente meno rassicurante di quella che molti ricordano. Nella sua versione non arriva alcun cacciatore a risolvere la situazione. Il lupo vince. Fine. E Perrault aggiunge persino una morale esplicita. Il lupo rappresenta il pericolo nascosto dietro persone apparentemente gentili. Qui non abbiamo bisogno di cercare codici esoterici. L’autore stesso ci indica una lettura simbolica.
Ma rimane interessante il percorso. Una giovane lascia la sicurezza della casa. Attraversa uno spazio selvaggio. Incontra uno sconosciuto. Si lascia deviare dal percorso. Arriva in un luogo familiare che però non è più ciò che sembra. Persino la casa della nonna è stata trasformata. Il luogo sicuro è diventato pericoloso. Ed ecco nuovamente il tema centrale. L’ignoto non vive necessariamente lontano. Può nascondersi dentro qualcosa che conosciamo perfettamente.
Le fiabe come mappe dell’ignoto
Forse questo è il punto più interessante. Per millenni l’essere umano ha utilizzato storie, miti e leggende per dare una forma narrativa alle proprie paure. La morte è incomprensibile? Raccontiamo qualcuno che muore e ritorna. La crescita ci spaventa? Raccontiamo un bambino che attraversa una foresta. Non sappiamo spiegare completamente il male? Gli diamo il volto di una strega, di un lupo o di una matrigna.
Non comprendiamo cosa significhi diventare adulti? Inventiamo un burattino che cerca di diventare umano. La storia rende visibile ciò che normalmente non possiamo vedere. Ed è precisamente questa caratteristica ad aver attirato studiosi della psiche, antropologi, folkloristi e studiosi delle religioni.
Freud, Jung e compagnia bella
Quando la psicologia moderna cominciò a interessarsi alle fiabe, la situazione diventò ancora più interessante. Sigmund Freud interpretò miti e racconti attraverso i conflitti dell’inconscio. Carl Gustav Jung andò molto oltre nell’analisi dei simboli universali. Per Jung alcune immagini ricorrenti appartenevano a strutture profonde della psiche: gli archetipi. L’Ombra. Il Vecchio Saggio. La Madre. Il Bambino. La trasformazione. La morte e la rinascita.
In questa prospettiva le fiabe diventano particolarmente interessanti perché utilizzano continuamente figure simili. Non perché gli autori si fossero messi d’accordo. Ma perché raccontavano esperienze umane fondamentali. Paura. Separazione. Desiderio. Crescita. Perdita. Identità. Morte. E queste esperienze esistevano molto prima dei Grimm.
Vladimir Propp scopre qualcosa di curioso
Negli anni Venti del Novecento lo studioso russo Vladimir Propp analizzò numerose fiabe popolari e arrivò a una conclusione sorprendente. Dietro storie apparentemente molto diverse esistevano strutture narrative ricorrenti. Cambiano i personaggi. Cambiano i luoghi. Cambiano gli oggetti magici. Ma certe funzioni ritornano. Il protagonista lascia casa. Compare un divieto. Il divieto viene violato. Arriva un antagonista. Il protagonista affronta una prova. Riceve un aiuto. Supera l’ostacolo. Ritorna trasformato.
A quel punto la domanda diventa inevitabile. Perché raccontiamo continuamente la stessa storia cambiando i vestiti ai personaggi?
Il viaggio iniziatico
Una possibile risposta arriva dall’antropologia. Arnold van Gennep studiò i cosiddetti riti di passaggio e individuò una struttura ricorrente. Separazione. Transizione. Reintegrazione. Un individuo viene separato dalla propria condizione precedente. Attraversa una fase nella quale non appartiene completamente né al vecchio mondo né al nuovo. Infine ritorna nella comunità con una nuova identità. Adesso ripensiamo alle nostre fiabe. Hansel e Gretel lasciano casa, attraversano il bosco e ritornano cambiati. Cenerentola abbandona simbolicamente la propria condizione e conquista una nuova identità. Pinocchio attraversa innumerevoli prove prima di diventare bambino. Biancaneve lascia il proprio mondo, attraversa una morte simbolica e ritorna alla vita.
La somiglianza è difficile da ignorare. Questo non dimostra che le fiabe nascondano necessariamente rituali segreti. Dimostra qualcosa di forse ancora più affascinante. Le storie utilizzano spontaneamente strutture molto simili a quelle attraverso le quali gli esseri umani hanno rappresentato il cambiamento.
E l’occulto?
Arriviamo finalmente alla parola pericolosa. Occulto. Oggi la associamo immediatamente a magia, società segrete, rituali misteriosi e possibilmente qualche cantina scarsamente illuminata. Ma occultus, in latino, significa semplicemente nascosto. E sotto questo aspetto possiamo tranquillamente dire che nelle fiabe esiste qualcosa di occulto. Non necessariamente nel senso soprannaturale. Nel senso letterale. Esiste un significato visibile e un significato nascosto.
Un bambino vede una foresta. Un adulto può vedere la paura dell’ignoto. Un bambino vede una strega. Un adulto può vedere il pericolo della seduzione. Un bambino vede Pinocchio trasformarsi. Un adulto può riconoscere il lungo e doloroso processo attraverso il quale costruiamo la nostra identità. La storia rimane identica. Siamo noi a essere cambiati.
Quindi esiste davvero un codice segreto nelle fiabe?
Probabilmente non nel senso cinematografico del termine. Non abbiamo prove che i fratelli Grimm lasciassero messaggi cifrati destinati a qualche ordine iniziatico europeo. E forse è proprio questa la parte più bella. Non ne avevano bisogno. Il vero codice era già presente nella cultura dalla quale quelle storie provenivano. Generazioni di esseri umani avevano raccontato le proprie paure, speranze e trasformazioni utilizzando gli stessi grandi simboli. Boschi. Animali. Specchi. Frutti. Numeri. Fuoco. Acqua. Oscurità. Morte. Rinascita.
Le fiabe li hanno raccolti e trasportati fino a noi. Noi pensavamo di ascoltare storie di bambini sperduti e principesse addormentate. Forse stavamo ascoltando qualcosa di molto più antico. Un modo attraverso il quale l’uomo cercava di raccontare ciò che non riusciva ancora a spiegare. E allora viene quasi voglia di tornare alla libreria, prendere quel vecchio volume di fiabe e rileggerlo. Questa volta, però, lentamente. Perché forse il particolare più interessante non è ciò che gli autori hanno scritto. È quello che hanno lasciato tra una riga e l’altra. E se incontrate sette nani, uno specchio parlante o una vecchietta che vi offre una mela, mantenete comunque una certa prudenza. Il simbolismo è affascinante. Ma anche un sano istinto di sopravvivenza ha il suo perché.
Forse il vero mistero siamo noi
Ed eccoci alla parte più curiosa. Da bambini ascoltavamo queste storie senza chiederci perché fossero così strane. Accettavamo tranquillamente che una ragazza dormisse dentro una bara di vetro. Che un burattino parlasse. Che due bambini venissero quasi cucinati da una vecchia. Che una nonna venisse inghiottita da un lupo. Poi spegnevamo la luce e dormivamo serenamente. Più o meno.
Forse perché le fiabe parlavano una lingua che comprendevamo senza bisogno di analizzarla. La lingua dei simboli. Non occorre credere nell’esoterismo per riconoscerne l’esistenza. Non occorre immaginare società segrete dietro Perrault, Grimm o Collodi. Basta osservare quanto profondamente quelle immagini siano rimaste dentro di noi. Il bosco continua a rappresentare ciò che non conosciamo. Lo specchio continua a costringerci a guardare noi stessi. La notte continua a inquietarci. La trasformazione continua ad affascinarci. Il viaggio continua a essere il modo migliore per raccontare una crescita. E la morte seguita dalla rinascita continua a rappresentare uno dei più potenti simboli del cambiamento umano.
Forse le fiabe non ci stavano insegnando come trovare una principessa, evitare una strega o riconoscere un lupo travestito da nonna. Forse stavano facendo qualcosa di molto più importante. Ci stavano preparando all’idea che prima o poi avremmo dovuto entrare nel nostro bosco. Perdere il sentiero. Incontrare qualcosa che non comprendevamo. Fare una scelta. E trovare da soli la strada per uscirne.

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