Parlando con William Shakespeare

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Ci siamo incontrati al terzo piano di un bar troppo rumoroso nel centro di Londra. Portava un cappotto tagliato bene, ma non impeccabile, e teneva in mano un espresso doppio come se stesse cercando di decifrarne la composizione molecolare. Nessuna gorgiera, nessun doppietto di velluto. Solo uno sguardo affilato, incredibilmente vivo, di chi ha passato una vita a smontare gli esseri umani per vedere cosa c’è dentro.

Signor Shakespeare—o preferisce Guglielmo?

Chiamami William. O Bard, se proprio devi cedere al cliché del vostro giornalismo. Ma evitiamo il “Maestro”, ti prego. Ho passato cinquant’anni a Londra a schivare la peste e i debitori, non ho intenzione di morire una seconda volta soffocato dall’incenso.

Cominciamo dallo scrivere. Oggi chiunque ha una piattaforma, una tastiera, un pubblico potenziale di milioni di persone. Come vede lo stato della scrittura contemporanea?

Vedo un’immensa quantità di inchiostro digitale versata per dire pochissimo. Ai miei tempi avevamo la carta costosa e la censura della Regina; oggi avete la carta gratis e la censura dell’algoritmo. La differenza è che noi dovevamo essere geniali per sopravvivere, voi dovete essere rumorosi per essere notati. Ma la sintassi della sofferenza non è cambiata. Si scrive ancora per lo stesso motivo: perché si ha un terrore boia di essere dimenticati o perché si vuole fare colpo su qualcuno che non ci ama abbastanza. Solo che oggi lo chiamate “storytelling”. Un termine delizioso. Suona come una professione, invece è solo l’antica arte di raccontare balle ben confezionate.

E la lettura? I libri competono con schermi di ogni dimensione.

La gente si lamenta che si legge meno, ma io credo che si legga male. Si legge per confermare ciò che si pensa già, non per farsi devastare la certezza. Un buon testo dovrebbe essere come una lama calata tra le costole: deve fare male prima di far capire. Se leggendo un’opera non provate almeno un momento di vergogna per esservi riconosciuti in un mascalzone o in un folle, allora avete letto solo un manuale d’istruzioni.

Parliamo del teatro. Il suo grande amore. È sopravvissuto al cinema, alla televisione, e ora al digitale. Ha ancora senso?

Il teatro è l’unico posto rimasto dove non potete premere “pausa” per andare a pisciare o controllare chi vi ha cercato. È la fucina del presente assoluto. Quattro assi, tre attori, della cattiva illuminazione e la sensazione imminente che qualcuno possa dimenticarsi le battute o svenire: è l’ultimo baluardo del pericolo vero. Il cinema è una bellissima illusione imbalsamata. Un film è un cadavere truccato benissimo; il teatro è un corpo vivo che suda, puzza e potrebbe fallire da un secondo all’altro. È per questo che sopravvivrà sempre.

A proposito di cinema: cosa pensa degli adattamenti delle sue opere? Ne esistono a centinaia.

Alcuni sono deliziosi. Ho visto un Tito Andronico con astronavi o roba simile… divertente. Ma sapete qual è il vostro problema con il cinema? Che mostrate troppo. Se io scrivo “La notte spoglia il cielo e veste il mondo di tenebra”, il vostro regista spende venti milioni di dollari in effetti speciali per farmi vedere un tramonto in CGI. Ridicolo. Fidatevi delle parole. La mente dello spettatore è il miglior scenografo che sia mai esistito, e lavora gratis.

I suoi temi principali: l’amore e la passione. Come li vede vissuti nell’era delle applicazioni di incontri e dei messaggi istantanei?

Ah, il famoso “swipe”. Abbiamo velocizzato il burocratismo del corteggiamento, ma non la tragedia. Giulietta e Romeo oggi si scambierebbero tre messaggi, un paio di foto dubbie e poi uno dei due farebbe ghosting perché l’altro ha impiegato quattro ore a rispondere. L’amore moderno mi sembra dominato da un’ansia da prestazione spaventosa. Volete l’estasi senza il rischio della rovina. Ma l’amore non è un investimento sicuro; è un incendio in un fienile secchissimo. Se non siete disposti a veder bruciare la vostra dignità, state solo facendo networking sentimentale.

E il potere? I suoi re, i suoi tiranni, i suoi Macbeth e Riccardo III… come giudica i leader di oggi?

Mancano di statura tragica. Ai miei tempi, i tiranni avevano una certa grandezza, una maestosità cupa, una consapevolezza del male che stavano compiendo. I vostri leader attuali sembrano piuttosto dei piazzisti spaventati che hanno letto troppi manuali di self-help. Non c’è poesia nel loro cinismo, solo mediocrità. Riccardo III sapeva di essere un mostro e ne faceva un’opera d’arte; i vostri politici fanno i mostri e poi chiedono scusa su Instagram incolpando lo stress. Che noia.

Se dovesse scrivere un’opera ambientata oggi, da dove partirebbe?

Da un centro elaborazione dati. Un luogo freddo, pieno di server che ronzano, dove un gruppo di ragazzi di vent’anni vende le anime di milioni di persone senza nemmeno rendersene conto. Lo chiamerei Il Mercante di Dati. Il cattivo non chiederebbe una libbra di carne umana, ma qualcosa di molto più prezioso: la vostra attenzione, per sempre.

Un’ultima domanda, William. Cos’è la vita, vista da qui?

La stessa cosa che dicevo quattrocento anni fa, con una sfumatura diversa: una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla… ma con un’ottima connessione wi-fi. Imparate a riderne, caro mio. Altrimenti vi toccherà prenderla sul serio, e quello sì che sarebbe un vero dramma.

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